# Scegliere il rumore

da pexels.com, foto di Ana Hidalgo Burgos

Paolo D’ambrosi fissava lo schermo del computer spento, riflesso nero che gli restituiva una faccia che non riconosceva più. Sul tavolo, accanto alla tastiera, c’era la chiavetta USB. Piccola, anonima. Letale.

Dentro, abbastanza per distruggere l’uomo più rispettato della città.

L’avvocato Scimia: benefattore, imprenditore, volto pulito delle fondazioni culturali. Quello che stringeva mani e inaugurava scuole. Quello che nessuno osava contraddire.
Eppure, nei file che Paolo aveva recuperato quasi per caso, c’erano bonifici, appalti truccati, nomi che non dovevano comparire. E un incidente. Un operaio morto, archiviato come fatalità.

Paolo accese una sigaretta. Non fumava da anni.

«Non avrei dovuto,» mormorò, guardando il fumo salire. «Ma non posso ignorarlo.»

“Se parli, sei finito,” gli aveva detto il caporedattore senza nemmeno alzare gli occhi dal telefono. “Non è una storia. È un suicidio.”

«Ma è vero,» aveva provato a obiettare Paolo.

Il caporedattore aveva scrollato le spalle. «La verità non paga sempre, D’Ambrosi. A volte ti rovina la vita.»

Non era una minaccia. Era un consiglio.

Il telefono vibrò. Numero sconosciuto. Rispose.

«Pronto?» disse Paolo, la voce più ferma di quanto si sentisse.

«Lasci perdere, D’Ambrosi.»

Voce calma, quasi gentile. «Chi parla?».

«Sa benissimo. E sa anche che la sua carriera è appena iniziata. Sarebbe un peccato rovinarla per un equivoco.»

Paolo serrò la presa sul telefono.

«Di che equivoco parla?»

«Le persone intelligenti capiscono quando è il momento di chiudere un file.»
La linea cadde. Paolo guardò la chiavetta. Poi la infilò nel computer.

Le cartelle si aprirono come ferite. Numeri, date, firme digitali. Tutto troppo preciso per essere falso, troppo sporco per essere ignorato.

Cliccò sul video.

Una stanza di cantiere. Rumore metallico. Un uomo che urla. Un’impalcatura che cede. Poi la caduta.

E dopo—la parte che non doveva esserci—Scimia che parlava con qualcuno fuori campo:
«Sistemate tutto. Non deve diventare un problema.»

«Capito, avvocato,» rispose una voce roca.

«Ci pensiamo noi.»

Paolo sentì il sangue gelarsi nelle vene.

Chiuse il file di scatto.

Si alzò e andò alla finestra. La città brillava sotto la pioggia, indifferente. Là fuori, Scimia probabilmente stava cenando con qualcuno di importante, parlando di arte, di futuro. Di pulizia.

Dietro di lui, il computer emise un suono: nuova email.

Oggetto: Pensaci bene.

Dentro, una sola riga: Possiamo rendere tutto molto semplice per te.

Allegato: contratto. Una promozione in una redazione nazionale. Firma già pronta.

Paolo rise. Piano, senza allegria. «Promozione,» disse a voce alta, come per misurare il peso della parola. «E tutto quello che devo fare è tacere.»

Pensò a suo padre, operaio anche lui. Ricordò la voce roca di quell’uomo che gli aveva insegnato a non chinare la testa. «Se vedi una cosa marcia, la dici. Altrimenti sei parte della muffa.»

«Papà,» sussurrò Paolo, «e se la muffa ti mangia?»

Pensò al mutuo, alla sua compagna, alla vita che stava finalmente prendendo forma.

Poi tornò alla scrivania.

Aprì il programma di scrittura. Titolo: Il sistema Scimia.

Le dita rimasero sospese sulla tastiera.

Bastava premere “pubblica”.

Il cursore lampeggiava.

Uno. Due. Tre.

Paolo prese la chiavetta. La rigirò tra le dita.

«È finita,» si disse. «O comincia davvero adesso.»

Poi la sfilò dal computer.

La guardò ancora un secondo.

E la spezzò.

Il suono fu secco, quasi liberatorio.

Si lasciò cadere sulla sedia. Il cuore rallentava. La paura si scioglieva in qualcosa di più tiepido, più gestibile.

«Domani accetterò l’offerta,» pensò ad alta voce. «Farò carriera. Scriverò storie importanti. Pulite.»
Chiuse gli occhi.

Per un attimo, sentì di aver scelto.

Poi riaprì il computer.

Senza pensarci troppo, recuperò dal cestino il file video—non quello della chiavetta, un altro. Una copia automatica salvata nel cloud prima ancora che decidesse cosa fare.

Lo fissò.

L’uomo cadeva ancora, in loop silenzioso.

Paolo posò le dita sulla tastiera. «Non posso ignorarlo,» disse, come se parlasse con qualcuno nella stanza. «Non posso far finta di niente.»

Il cursore tornò a lampeggiare. Questa volta, non sembrava aspettare.

anche con i racconti ci guardiamo allo specchio

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *